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Compagno Sid

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Non posso più, bagnato da quei languori...

Nel mesto mestiere dell’equilibrismo, a nessuno mai ‘l capo è adornato d’alloro...
February 14

Quam minimum credula postero


Coff, coff, sarò breve.

Indi l'ambiguo puerperio del verno dava alla luce - or sì or no - liquido etra venato di bianco.
Ci si profondava, nel nitore diffuso, serenati di riflesso. E voglia di canterellare motivetti.
Pure domani, bigia la volta, ricordo.

Laconico come lapidi di caduti. Inane.
Nondimeno solluccherarsene - vanità -.

Sono il Pirgopolinice della parola!
August 16

Tetraggine: e se c'è ciè wa, e se non c'è ciè no.

Da leggersi declamando.
Il declinare dell’intelletto mio è compiuto; involvo allo stadio larvale di sazievole raccontatore delle mie giovanili paturnie, alla maniera di un blogger neofita imberbe. Da che certo gridare continue le proprie lamentazioni smells like teen spirit - e mai si dica che propinando adolescenziali amenità mi peritai di citare titoli de’ Nirvana, menzione obbligata in adolescenziali amenità rispettevoli – punto. [E pure i Nirvana divennero forse anticaglie da museo di evi remoti, allora quando i Tokyo Hotel spaccano emo e se c’è cioè wa, e se non c’è cioè no] – punto. E viva Nara!
Ebbene, o infidi proseliti che vi disassuefaceste a visitare le mie pagine e a leggere passionati il mio concionare, la vostra oblivione di me sia vendicata da una nemesi ineluttabile! Che tremuli si tema in ogni parte il mio castigo!
Andrò nottetempo come fantasima riversando profluvii di litanie inaudite constellate di tratto in tratto di verbi inusitati or ora scovati grufolando a casaccio nel dizionario. Dopo di che, leggeretele. E chi non leggeràlle, leggerògliele io medesimo. E chi non leggerògliele, leggerugliele. E chi non leggerugliele, leggerellu lalleru lallà. (Comunque Concetta da piccola, prima che Antonia nascesse, si sentiva sola; allora radunava tutte le sue bambole in circolo e carolava loro attorno, cantando “e noi facciamo lilli lulli, lilli lulli; e noi facciamo lilli lulli, lilli lulli”. Ognun lo sappia.)
Di ritorno al palazzo avito, m’aggredì una afflizione sanza nome (questa storia dell’afflizione sanza nome è un topos  de’ resoconti malinconiosi dei giovani suicidi della generazione no future; ora che ho citato i Nirvana e la mitica generazione no future sento di aver saldato il mio debito con la scelta di propinare adolescenziali amenità).
Pure l’è tardi, spampinerò i miei malanni dì venturi.
(Come a dire post disutile. Altro tributo ai blog della generazione no future.)
(Andrea è diventato magrissimo! Da non credere!)
Il cane di Stefano sbava sempre per tutta la casa.
(A me piace più il gatto.)
Ave atque vale.

December 01

Lettere da lontano

Vi dispiego tratti dell'emiliana vita mia nova, con forme vero non già discorsive - da che non giunsi quivi a bella posta a discettar di me medesmo, e interminati manuali di prosodia (?) e glottologia (???) profferiscono ogn'ora 'l nome mio supplici - ben sì cristallizzanti, in cenni sparuti, sparti spaccati di quotidianità. Ve li riverso susseguirsi in turba sgomitando, fotografici come invidiabili diapositive di villeggiature agostine in honduriane località inesplorate, le cui terre piede umano non mai calcò.
S'esordisce giuocando da principio il jolly, di già gittando Zhang in pasto alle fauci di voi voraci lettori insaziati. Zhang è il mio coinquilino cinese, sciente l'italiano men di quanto conosca io 'l suo astruso idioma, magnificazione vivente de' cliché d'orientale zozzone e caotico che van prolificando taciti nell'imaginario italico dall'evo di Marco Polo e del Katai all'altro di Marco Marzocca e Ariel.
Sovvienmi 'l pensiero del market discount di porta Saragozza, ove - poi che le merci, anzi che riposte su piani e scansie d'assetto composto, disperse e disseminate ovunque qua e là, a dritta e a manca, in suso e in giuso, pàrono - vivaci vegli arzilli fan la spesa accumulando da sopra da sotto da lungi da presso, convulsi febbrili frenetici intensi spasmodici inquieti alterati, the freddi - tovaglie - bottiglie - brodaglie - lattine - lattughe - cremine antirughe - panini - pandori - pannelli - pennelli - caffè - pancarré - bibelot demodé: che pare il sacco di Roma.
E allora che i lavoratori dei trasporti, conserte le braccia, dissentono cocciuti, un'intiera cittade è appiedata. Ed empita che s'è festosa di chi ne passeggia i viali, chi adagio, chi no, la signora Bologna, inondata dall'insperata luce solare novembrina, leva gli occhi e le braccia in alto al cielo, e, inalato nell'aere il tenue profumo di voluttà, d'un tratto effonde tonante un grido di giubilo. E echeggiante si sparge, si spande, s'immilla, m'immerge.

September 22

Professione di mediocrità

Il lapidario resoconto della vita di chi trascina sé stesso strisciando. Di chi, negli istanti terrifici di silenzio interiore, legge nell’intimo la vacuità del tempo trascorso, la vanità del tempo perduto. Di coloro ai quali, denudatisi, si disvela d’un tratto l’inesprimibile mistero atroce che è fine ultimo dell’essere umano: il vivere per il nulla. Un dono sincero di compatimento e commiserazione a tutti gl’inetti miei consimili.

Ciao. Mi chiamo… Non ce ne frega come mi chiamo. C’ho un nome mediocre.
C’ho un nome mediocre perché sono mediocre. Anzi, perchè sono mediocre: infatti sono così mediocre che non so se l’accento sulla “e” di “perché” è acuto o grave. Tengo un blog mediocre e ci scrivo sopra post mediocri. Faccio errori d’ortografia mediocri, poiché il mio itagliano è mediocre. Come parlo è mediocre; come mi comporto è mediocre. Tutto del mediocre è mediocre.
Conduco un’esistenza mediocre. Ho un’età mediocre, ogni anno della quale vissuto mediocremente (il mio periodare è mediocre). Ho una famiglia mediocre, degli amici mediocri, una moglie mediocre. Ho un cane mediocre, di razza mediocre. Sto ancora all’università, da tanti anni. Sto in una facoltà mediocre, di un ateneo mediocre: piglio voti mediocri.
Abito in una cittadina mediocre, in un quartiere mediocre della periferia. Abito con mia mamma mediocre che tiene ottant’anni, mio fratello mediocre zoppo, mia moglie, mio padre mediocre morto, che però è morto e non abita con noi. Cogli amici miei mediocri sabato andiamo al mercato, gli altri giorni mediocri loro faticano a lavoro e io vado a volte all’università, quando mi sveglio. Domenica ci andiamo sempre tutti assieme a vedere le partite di pallone della squadra mediocre della città. Quando vinciamo, facciamo un bordello mediocre perché ci fa piacere (un piacere mediocre). Quando perdiamo, facciamo sempre un bordello mediocre perché è colpa dell’arbitro. Quando non sappiamo che dobbiamo fare, ci picchiamo noi e noi, oppure picchiamo qualcun altro. Basta che picchiamo qualcuno.
Di notte prima porto il cane mediocre a fare i suoi bisogni mediocri, poi vado nella mia casa mediocre e faccio l’amore con la mia moglie mediocre. Facciamo un amore mediocre, poiché siamo mediocri entrambi. Quando vuole fare le cose tenere, lei mi scrive le poesie. Sono poesie sommamente mediocri.

June 18

Trenta maggio da pochi soldi

Iersera l’Avellino Calcio, con una rocambolesca vittoria tumultuosa sul Foggia, ha fortuitamente conquistato la serie B.
Con ogni probabilità, ne verranno scritte centinaia, sui blog dei miei giovani conterranei, di post celebranti l’occasione. Tuttavia, controcorrente fino alla spocchia – come son solito – scriverò un post celebrante dissimile dagli altri. E coglierò la palla al balzo, nel momento più inaspettato, per irridere sguaiatamente i vìllici fautori della squadra di calcio cittadina.

Gli ultras dell’Avellino altro non sono che uno stuolo belante d’ottusi frenastenici; boriosi e turpi bifolchi, incedono impettiti cianciando illogiche asinerìe in incomprensibili idiomi, come perfetti analfabeti. “Màccico lupalé” strillano a squarciagola sfrecciando con le auto nel sabato notte irpino, cui quasi verrebbe da rispondere ghignando “Pape Satàn, pape Satàn aleppe!”. E s’odono i cori a-ritmici e sgrammaticati che s’allontanano nel buio.
Tentano di auto-giustificare la loro medesima imbecillità con una sedicente filosofia, imperniata sugli starnazzi cameratisti di lealtà e rispetto, fedeltà, violenza e mentalità. La cui prassi è litigiosità inconsistente e gratuite aggressioni a ingenui ragazzini; la cui teoria è vuota alla maniera del loro cervello. Un’autentica religione degli accattoni. Non a caso, tra l’altro, giacché i supporter dell’Avellino sono in realtà il fanalino di coda reazionario della locale società civile. S’obietterà che non siano neppure dotati d’intelletto sufficiente per comprendere cosa la reazione sia. Ma è proprio questo il fondamento del loro confuso sovversivismo fascista: a-ideologico e razionalmente illegittimo come lo squadrismo d’una volta. “Contro la società!” latrano ignari; ignari d’essere i cani da guardia del potere costituito.
La situazione degenera, poi, allorché l’Avellino consegue esiti positivi, e si prospetta la possibilità della promozione di categoria (cui segue l’anno successivo, in maniera sistematica, la relativa retrocessione). E’ in momenti come questo che tutto è perduto, e che lo stuolo tramuta in moltitudine. La città intera è infiammata e travolta dall’isteria collettiva; le prime pagine dei giornali locali sono quotidianamente riservate alle peripezie sportive della squadra; venditori ambulanti di sciarpe bianco-verdi e bandiere iniziano a circolare d’un tratto in lussuose limousine.
Interessarsi delle amene vicende d’undici zotici che trasudano rincorrendo una sfera di cuoio di nessun valore assurge a ragion di stato.
Lo spettacolo di iersera era pertanto il seguente: la televisione trasmetteva le immagini di una fiumana di tifosi che già decine di minuti prima del termine del match presidiava la pista attorno al campo di gioco, nel quale, tra l’altro, compiva ripetute imbarazzanti scorribande, in barba alla Celere schierata in assetto anti-sommossa. L’Italia sportiva ha assistito ad un popolo di cenciosi che attorniava da due metri il portiere avversario durante un calcio di rigore, oltraggiandolo in chissà quali e quanti modi nel tentativo di deconcentrarlo. Fortuna volle che lo studio pre-esame mi segregasse fra quattro mura, precludendomi lo spettacolo d’una mandria babbèa che sfilava festosa per le vie del centro cittadino. “Tommaso – mi domanda mamma attonita, ascoltando i dirompenti clamori molesti in lontananza – son forse sbarcati gli Anglo-americani?”

E non mi si venga a tacciare di mancanza di patriottismo, eh? Ché se prorompo in una tale filippica è solo da che amo la mia terra al punto che volentieri la epurerei di certuni.
Infine, nell’ipotesi di eventuali ripercussioni sulla mia persona – giacché a queste latitudini disonorare un consanguineo non vale un mignolo del vilipendere l’Avellino Calcio – concludo scimmiottando Matteotti con autoironia.

«Io il mio discorso l'ho fatto.

Ora voi preparate il discorso funebre per me.»

 
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